Beggars Can Be Choosers – Newtown Neurotics

The Newtown Neurotics era una punk-band inglese nata a Harlow nell’Essex sul finire degli anni ’70 nel bel mezzo del successo dei The Clash e dei Ramones; due band che hanno fortemente influenzato la produzione di Steve Drewett (voce e chitarra), Simon Lomond (batteria) e Colin Dredd (basso).

Nel 1979, la band pubblicò qualche singolo – poi raccolto in un successivo album intitolato 45 Revolutions per Minute – e nel 1983 esordì con la pubblicazione di questo LP intitolato Beggars Can Be Choosers su Razor Records. Il disco ebbe un discreto successo nell’ambiente punk anche in virtù del fatto che, molti ‘tradizionalisti’, erano sempre più alla caccia di sonorità più vicine al punk di prima epoca ormai offuscato dal successo della new wave e del post-punk.

Si può subito notare che le influenze, di cui ho accennato prima, dei Clash e dei Ramones, sono praticamente dappertutto, infatti il disco si può tranquillamente ricollocare tra quelli che hanno dato il via alla rivoluzione punk nel 1977. Dal punto di vista testuale i Newtown Neurotics, scelsero di essere estremamente politicizzati, chiaramente verso sinistra, come dimostra il loro inno, reggae-punk, “Newtown People”. Il fortissimo credo socialista di Drewett emerge anche in “Living With Unemployment” dove si punta il dito sulla drammatica situazione economica in cui versava la classe operaia di quegli anni e sul preoccupante ritorno all’uso dello stratagemma del razzismo come giustificazione dell’incapacità dei governi di dare una svolta positiva. Nelle parole: “They always try to blame it on the blacks, but it’s really those in power who stab you in the back.” è ben riassunto il concetto.
Tuttavia non c’è solo politica nei testi di Drewett. Il tema sociale è fortemente sentito ad esempio in “No Respect” dove il cantante mette in luce la condizione di inferiorità in cui era ancora costretta a vivere la donna nella società britannica agli inizi degli anni ’80. Oppure in “Get Up and Fight” dove la piaga della corruzione è denunciata ai quattro venti. Insomma dieci brani che colpiscono anche per la bravura di Drewett a mischiare il suo animo punk con la sua voce melodica.

Purtroppo, a causa della profonda crisi in cui versava tutto il sistema punk, il successo del disco non fu tale da permettere alla band di continuare su quella strada. Nel 1986, la band decise di cambiare nome in The Neurotics e, con il nome, cambiò anche genere. Il suo sound tralasciò sempre di più il grezzo suono punk per abbracciare quello più equilibrato del rock di stampo prima satirico e poi sempre più tendente al soul.

Un particolare che è giusto sottolineare è che, la loro forte vocazione socialista, ha permesso ai The Newtown Neurotics di essere una delle prime band occidentali ad esibirsi oltre la “Cortina di Ferro”; infatti, nel 1986, la band tenne una tournée in Germania Est insieme a Billy Bragg e Attila the Stockbroker.
Steve Drewett, poi confluito nella word music con il sodalizio The Indestructible Beat, è tutt’oggi uno dei pochi artisti occidentali che ha potuto esibirsi dal vivo in Corea Del Nord.

Voto: *** / 5

Tracklist:

  1. Wake Up
  2. The Mess
  3. Get Up And Fight
  4. No Respect
  5. Agony
  6. Newtown People
  7. Does Anyone Know Where The March Is?
  8. Life in Their Hands
  9. My Death
  10. Living With Unemployment
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Il trionfo di Madchester: The Stone Roses

Il 13 Marzo del 1989, su Silvertone Records, gli Stone Roses pubblicavano il loro primo LP intitolato The Stone Roses. Un album, a suo modo, destinato a diventare il faro del successivo movimento BritPop nato e sviluppatosi proprio negli anni ’90.

Inutile e superfluo ricordare che i Fratelli Gallagher e la coppia Albarn-Coxon – tanto per citare due band famose del periodo Cool Britannia – debbano molto alla particolare intuizione che John Squire ebbe sul finire degli anni ’80. La genialata fu quella di mischiare la musica dance, molto in voga in quel periodo a Manchester, con la tradizione chitarristica che tanto aveva fatto nel decennio in esaurimento e in tutta la storia della musica britannica. Se poi, a questo, uniamo il ‘genio’ di Ian Brown capace di tamponare il suo non proprio spiccato dono canoro con la sua particolare vocazione nell’essere quel divulgatore capace di raccogliere, e tutto sommato contrastare, tutto il disagio della sua generazione ecco che il piatto è servito.

The Stone Roses è un album che è stato capace di rimanere, nel vero senso della parola, in tutti questi anni per enne motivi. Se quello musicale è quello più importante per un LP ecco che quello iconografico non è da meno. Parlo soprattutto della sua art-cover passata alla storia per essere stata direttamente ispirata da un quadro di Jackson Pollock. L’immagine è diventata una vera e propria icona degli anni ’90 e non solo. La sua origine si deve ad un quadro intitolato “Bye Bye Badman” realizzato da John Squire raffigurante una personale interpretazione del chitarrista dei moti rivoluzionari del Maggio Parigino del ’68.
Mentre sulla sinistra sono identificabili i tre colori della bandiera francese, sulla copertina compaiono tre limoni che, in origine diedero voce a qualche illazione. Come sappiamo, in quel periodo, l’acid-rave culture, in espansione a Manchester, non nascose la sua particolare propensione all’uso delle droghe sintetiche; il limone è il frutto più acido in assoluto. Tuttavia è anche il disinfettante usato dagli eroinomani per ‘sanificare’ le siringhe; questa cosa creò qualche malumore negli ambienti britannici.
In realtà, dietro alla scelta di Squire di mettere quei limoni in copertina, c’è ancora il Maggio Parigino.

Vediamo perché.

In un’intervista, Ian Brown, raccontò che quella scelta fu dettata dal fatto che The Stone Roses nasceva come ‘album di resistenza’ contro le majors, contro i governi, contro la Regina e contro tutti.
Durante un periodo in cui lui e Squire passarono a Parigi, i due, vennero a conoscenza – direttamente da un ex partecipante ai moti – del fatto che, durante quel periodo, per ridurre al minimo gli effetti delle cariche della polizia portate con gas lacrimogeni, i manifestanti – soprattutto quelli di prima linea – succhiavano dei limoni per ‘resistere’ più a lungo agli effetti del Gas.

L’altro aspetto importante che ha permesso a The Stone Roses di entrare nel cuore della gente è quello legato ai testi delle canzoni. Brown è stato capace di unire i sentimenti ribelli di una generazione nata dopo la rivoluzione punk con l’ottimismo insito della gioventù. Se da una parte “It’s curtains for you, Elizabeth my dear” o “Every member of parliament trips on glue” erano dei chiari attacchi all’establishment britannico, unico colpevole della situazione sociale in Inghilterra, “I am the resurrection and I am the light” e “The past was yours but the future’s mine” erano i messaggi di speranza lanciati al pubblico.

Oggi, l’album compie trent’anni. In trent’anni in Inghilterra e nel Mondo sono successe un sacco di cose. Tuttavia i suoi contenuti, la sua genialità musicale e la sua profonda influenza artistica e sociale non sono mutati nel tempo. Quindi buon compleanno: The Stone Roses!





Other Aspects – Paul Weller

Una delle notizie che più stanno tenendo banco in questi convulsi giorni di marzo è quella dell’improvvisa frenata della crescita industriale del Celeste Impero altrimenti detto Repubblica Popolare Cinese.
Mentre il dragone sputa meno fuoco un’altra produzione, non industriale ma artistica, non conosce soste. Quale? Quella di Paul Weller, classe 1958, ex leader dei The Jam, dei The Style Council, cantante e compositore solista capace di inanellare un album all’anno uno più bello dell’altro.

Other Aspects – Live at Royal Festival Hall è l’ennesimo passo avanti della carriera di Weller e anche l’ennesimo passo in là dalla sua etichetta Modfather. Già perché è ormai chiaro che, salvo decisioni – auspicabili – contrarie, il percorso artistico di Paul si è leggermente staccato dal suo passato glorioso. In realtà, i parka e i cardigan li aveva già smessi con True Meanings in virtù di un abito molto più consono al suo rango. Lo dimostra questo album ‘Live’ registrato con la band ma anche con l’orchestra uscito lo scorso 8 marzo su Parlophone.

In realtà il passato di Paul Weller non potrà mai essere cancellato e lui lo sa; infatti in questo album il Modfather riarrangia successi come “One Bright Star”, tratto dal bellissimo 22 Dreams del 2008, con cui dà il via alle danze. La canzone è un flamengo che si mischia alla magia di piano e chitarre acustiche e archi in sottofondo. Sempre dallo stesso album ecco una versione sconosciuta di “Where’er Ye Go” che sembra portare Weller dall’altra parte dell’Oceano più che tra le strade di Woking. Poco male. Ci sta alla grande. Un altro regalo che Weller ci fa è “Amongst Butterflies”, dal suo album d’esordio Paul Weller del 1992, dove il groove è basato su un’ispiratissima sezione fiati, mentre cori e voce danno l’impronta soul.

Vi mancano i gloriosi tempi dei The Jam eccovi serviti con “Boy About Town” dall’album Sound Effects del 1980 e “Private Hell” dallo storico Setting Sons del 1979. Per quanto riguarda la prima canzone, in questo album, il beat originale è pressoché mantenuto anche se gli arrangiamenti sono molto più freschi. Personalmente preferisco lo spigoloso sound dell’originale ma questo è semplicemente un mio gusto.
Il Weller 2.0, cioè quello dei Style Council, è riassunto in “Have You Ever Had It Blue”, “A Man Of Great Promise” mentre le classiche “You Do Something To Me”, “Wild Wood” e “Tales From The Riverbank” ci portano all’altro capitolo che ben conosciamo.

L’arrangiamento di questo disco è impressionante. Si vede che Weller è alla ricerca accademica della perfezione del suono. Un percorso che l’artista inglese non ha mai nascosto. Signore e signori, su le cuffie e via i pensieri strani ecco a voi tutto il soul di Paul Weller!

Buon ascolto.

Voto: **** / 5

Tracklist:

  1. One Bright Star
  2. Glide
  3. The Soul Searchers
  4. Boy About Town
  5. Have You Ever Had It Blue
  6. What Would He Say?
  7. Wild Wood
  8. Country
  9. Aspects
  10. Strange Museum
  11. Amongst Butterflies
  12. Old Castles
  13. Gravity
  14. Where’er Ye Go
  15. A Man of Great Promise
  16. Mayfly
  17. Private Hell
  18. Tales From the Riverbank
  19. Movin On
  20. Long Long Road
  21. Hopper
  22. White Horses
  23. Books
  24. You Do Something to Me
  25. May Love Travel With You

Aspetti iconici e socio-politici di Arancia Meccanica

Stanley Kubrick una volta disse: “Lo schermo è un mezzo magico. Ha un tale potere di trasmettere emozioni e stati d’animo che nessun’altra forma d’arte può sperare di avere.”
Questa sua teoria è sicuramente stata più volte dimostrata nelle sue opere cinematografiche. Una delle più rappresentative è certamente Arancia Meccanica del 1971, che si colloca anche tra le più politiche e iconiche del mondo del cinema.

Basata sulla novella “A Clockwork Orange” di Anthony Burgess del 1964, il film racconta la storia del giovane Alex (Malcolm McDowell) e della sua banda di Drughi che, in una Londra del futuro non ben identificato, passano il loro tempo commettendo efferati crimini solamente per puro divertimento. Dopo aver commesso il più grave dei reati, l’omicidio, Alex viene tradito dai compagni e catturato dalla polizia. Dopo un primo periodo di tempo passato in prigione, il giovane accetta di sottoporsi alla “Cura Ludovico” che dovrebbe garantirgli una totale guarigione dalla sua dipendenza da ‘ultra-violenza’.
In realtà, la mente di Alex, non verrà mai guarita in compenso la sua dignità verrà sempre calpestata.

Il primo degli elementi che fa di Arancia Meccanica un film fortemente iconico è la scelta dei costumi. Il tutto venne curato dalla costumista francese Milena Canonero che, in simbiosi con Kubrick, decise di realizzare abiti in totale contrapposizione con il grigio sfondo in cui si stava svolgendo la storia. L’influenza del movimento Mods, nato nei primi anni ’60 in Inghilterra come reazione al forzato ottimismo post-Seconda Guerra Mondiale e all’affermazione della teoria dell’amore libero, è dominante nella composizione dell’elemento principale intorno a cui ruota tutto il film: il Drugo.
I Drughi rappresentano una sorta di contrapposizione culturale tra le anime dell’Inghilterra degli anni ’70. Le tute che indossano sono tipicamente un elemento working-class, tuttavia, sono bianche quindi non propriamente adatte al lavoro in officina. Le bretelle e gli anfibi invece collocano Alex e i suoi tre amici, vicino agli ambienti neo-fascisti del National Front. I cappelli a cilindro, le bombette e i bastoni da passeggio infine ci lasciano intendere che la tradizione britannica è comunque insita nei ragazzi.

Oltre all’aspetto scenico, il Drugo della coppia Canonero-Kubrick, è una sorta di Mod post-moderno che non nasconde il suo sessismo come possiamo facilmente intuire ammirando la scena iniziale del film, ovvero quella all’interno del Korova Milk Bar dove Alex e soci si ristorano allungando le loro gambe su tavolini a forma di donne nude. O nella successiva tappa sempre al Korova quando i Drughi si spillano una dose di “Latte+” direttamente dai seni dei manichini.
L’elemento sessista sarà uno dei canoni su cui ruoterà l’intera storia dall’inizio alla fine del film. L’impulso libidinoso tipicamente appartenente alla cultura modernista degli anni ’60 è uno dei tratti distintivi di Arancia Meccanica.
Nella scena del tentato stupro perpetrato dalla band di Billy Boy al teatro abbandonato, le donne non sono viste come vittime potenziali di un reato orribile ma come un semplice oggetto su cui scatenare una violenza sistematica e rituale. Le urla strazianti delle giovani impaurite che vengono sbattute a destra e a sinistra come bambole di pezza contrastano fortemente con il brioso sottofondo musicale. La scena, nel suo complesso, crea un’altra grottesca contrapposizione dell’animo umano: nel gesto violento c’è una venatura ironica che ci fa apparire meno tragico il reato. Proprio questa scena fu una di quelle che convinse la censura britannica a bandire Arancia Meccanica dalle sale cinematografiche.

Un altro elemento distintivo del film è la scelta di Kubrick di sottolineare le sue passioni per il colore e per il disegno. Nelle sue sceneggiature, da “2001 Odissea Nello Spazio” a “Shining”, l’elemento simbolistico è sempre emerso quasi come fosse un piccolo marchio di fabbrica. Tuttavia, mai come in Arancia Meccanica, è stato così forte. Nella scena più drammatica del film, cioè quella dello stupro della moglie dello scrittore, tutta una serie di elementi ci riconducono a questa perversione del regista. Innanzi tutto la donna indossa una stranissima tuta rossa (il colore dell’amore ma anche della lussuria) a metà strada tra il retrò anni ’60 e il futurismo degli anni ’70. Questo elemento sembra scatenare in Alex una furia immane, quanto il mantello sventolato davanti agli occhi del toro.
Le mura del corridoio, dove la scena inizia, sono ricoperte di specchi che producono una visuale tridimensionale del corpo sinuoso della donna che si cela sotto a quel vestito. Sembra quasi che Kubrick ci voglia rendere partecipi dei pensieri di Alex sebbene scelga di non mostrare parti del corpo della donna come in precedenza.
L’elemento più interessante però sta nel pavimento. La scelta di mettere delle piastrelle a scacchi, cosa che all’occhio poco attento potrebbe sembrare di poco conto, sta a simboleggiare quanto, per Alex, sia tutto un gioco. Un gioco perverso dove è lui a muovere le pedine e dove non può esistere un altro vincitore che non sia lui.

In questo contesto si svolge la scena che è un’escalation di violenza e di sentimenti contrastanti. Innanzi tutto emerge il panico che si materializza negli occhi della donna che viene ripresa quasi sempre in prima persona proprio per dare quel senso di impotenza e terrore. Dall’altra parte c’è la soave leggerezza di Alex che, nell’atto più criminale, riesce ancora una volta a non farsi odiare usando l’escamotage della musica.
Per sancire il trionfo, se così si può dire, di Alex, Kubrick usa due stratagemmi che rimarranno nella storia del cinema: il primo è la drammatica immagine della donna, ormai seviziata, che nell’estremo atto di ribellione urla sebbene la sua bocca sia stata chiusa con del nastro isolante. La seconda è il finale in cui, proprio Alex, con il volto coperto da una maschera ‘fallica’, si piega sulla pavimento per attirare l’attenzione del marito caduto a terra brutalizzato. Sono gli occhi del protagonista che catturano l’attenzione dello spettatore ed è lo spettatore che in quel momento vede con gli occhi del marito il consumarsi della scena.

Nella scena della seconda irruzione di Alex nella casa della donna che insegna ginnastica invece tutto cambia. Kubrick, sebbene usi ancora molte allusioni al sesso, muta radicalmente il personaggio della vittima. In primis la signora della “clinica dei gatti” è molto più anziana di quella precedente e, di sicuro, non è attraente come la prima. La donna è vestita di verde, colore che simboleggia la naturalità, e vive in un ambiente impregnato di sessualità.
La seconda caratteristica è la reazione che la donna ha nei confronti di Alex. Durante la scena in cui Alex ‘maneggia’ la scultura fallica di Herman Makkink in quello che sembra un ballo, in realtà si sta svolgendo lo scontro epocale tra la tradizione maschilista e il nuovo pensiero femminista in espansione in quel periodo. La ribellione, sebbene inutile, della donna porterà il Drugo a perdere un po’ di autostima e un po’ di sicurezza tanto da ucciderla proprio per dimostrare che il maschilismo è ancora dominante.
Qui si consuma un’altra scena che Kubrick architetta in maniera perfetta: Alex riesce a sormontare la donna ma rinuncia alla violenza corporale per infliggere l’estrema punizione; l’estremo gesto che sancisce la vittoria e il dominio. La mano, volutamente tremolante, che filma la scena sembra renderci partecipi di quello che sta succedendo mentre tutto diventa nero nel momento topico in cui Alex colpisce la donna con la scultura.

Quando ci riprendiamo da quel salto nel vuoto ecco che, all’improvviso, il punto di vista del film cambia un altra volta. Alex viene catturato dalla polizia, dopo che due dei suoi drughi lo tradiscono, e viene incarcerato prima e sottoposto alla “Cura Ludovico” poi. Ora è il suo personaggio ad essere snaturato e violentato a ripetizione. Innanzi tutto sparisce la sua iconografia tipica: via gli anfibi, via la bombetta e tutto il resto. Il gusto per la bellezza classica tanto amata da Alex scompare come scompare, dal suo modo di parlare, lo slang Nadsat, un insieme di inglese e russo, che Alex usa quando è un Drugo. Alex è spogliato di tutte le sue precedenti certezze mentre, nella sua mente, si tenta di instaurare il seme del disgusto senza tenere conto che, quello che si sta perpetrando, non è nient’altro che l’ennesimo stupro.
Nel giro di poco tempo Alex è costretto a visionare filmati di ultra-violenza, di violenze di genere, di guerra e di ogni orrore possibile il tutto con il sottofondo musicale di Beethoven “l’unica vera cosa realmente amata da Alex in questo mondo”. Nel giro di poco tempo, forse per non sottostare a queste terribili torture, Alex dichiara di essere guarito e dopo una grottesca dimostrazione di cui i dottori vantano i risultati il ragazzo esce di prigione.

Kubrick – qua esce il genio – ribalta tutto quello che aveva creato fino a quel momento e ridisegna la trama. Durante la dimostrazione di guarigione di Alex, c’è un passaggio che più di tutti identifica questa scelta del regista. Ad un certo punto, dopo averle prese di santa ragione da un omaccione muscoloso senza reagire minimamente, di fronte al volto sanguinante di Alex si materializza una figura femminile seminuda. A differenza delle scene precedenti, in questo caso, il volto della donna è raggiante e una luce potente le circonda il volto e il corpo. Stavolta è la donna a sormontare Alex, è lei che guarda i suoi occhi che sono pieni di paura. Non c’è contatto fisico, bastano solo gli sguardi che pesano come bastonate.

Come abbiamo detto all’inizio di questo post, Arancia Meccanica è un film che parla molto di politica e di società. Ogni scelta recitativa, ogni costume, ogni colore ogni scritta diventa un messaggio socio-politico. Mentre nella prima parte Kubrick descrive il mondo delle subculture e delle ‘deviazioni’ giovanili, nella seconda parte del film, cioè quando l’Alex ‘guarito’ cerca di tornare alla vita di tutti i giorni, il tema del reinserimento nella vita sociale diventa quello principale. Lo svolgimento è redatto da Kubrick come un percorso all’inverso del nostro anti-eroe che si trova a dover affrontare tutte quelle situazioni, dove precedentemente aveva dominato, che gli si ripropongono. Su questo film si è scritto tanto e si è discusso tanto ma ancora oggi, a distanza di quasi cinquantanni, non si è ancora mai troppo approfondito il tema centrale della trama. Ovvero la continua violenza che la realtà, la società, la politica e la vita ripropone sistematicamente sulle persone che popolano sta terra.

Oltre a questo, del film, va anche detto che Kubrick ha saputo creare una sorta di collegamento che mette in relazione lo spettatore con il personaggio Alex. Nessun altro personaggio del film crea curiosità anzi, tutti passano in camera come se fossero soltanto dei comprimari. Dall’iniziale odio che si prova nei suoi confronti al momento in cui arriva la giusta punizione, lo spettatore vive in prima persona tutti i pensieri e tutte le esperienze trasmesse dallo stesso Alex (voce fuori campo) e ne ha un quadro assolutamente completo. Quando il registro cambia è impossibile non provare empatia per il suo emisfero umano che emerge in toto anche se, in cuor nostro, tutti odiamo a morte il Drugo. Questo è forse il vero fulcro del film; l’impossibilità di prendere una vera e propria posizione a proposito di quello che è successo. Un po’ la stessa cosa che succede quando pensiamo alle storie di persone che, una volta uscite dal carcere, sebbene si siano macchiate di crimini più o meno efferati, ripiombano nell’oblio per via di una società totalmente restia a reinserirli. Il risultato, come è successo anche ad Alex, è la ricaduta nel mondo della violenza che risulta essere ancora l’unica culla capace di ospitare quelle persone.


In conclusione vi ripropongo un articolo che ho scritto qualche mese fa sull’influenza che Arancia Meccanica ha avuto nell’affermazione della scena industrial di Sheffield.

Il movimento post-punk di Sheffield Parte Prima, Parte Seconda e Parte Terza.

Calm Before The Calm – The Lunar Effect

In questi ultimi tempi, grazie anche a una vera e propria operazione commerciale che non voglio nemmeno nominare, il mondo dell’hard-rock è tornato alla ribalta delle scene. Per farlo ha smesso un po’ il suo abito classico per piegarsi alla moda un po’ più pop che ti permette di entrare subito in classifica e vendere subito dei dischi.

Tuttavia, nel mondo incantato dell’indie – Dio salvi Bandcamp.com – c’è ancora chi fa hard-rock duro e puro per passione, divertimento e per onorare il glorioso passato dello stile. Sto parlando dei The Lunar Effect una band di Londra formatasi nel 2011 e composta da Josh Gosling (voce), Jon Jefford (chitarra), Brett Halsey (basso) e Dan Jefford (batteria).
La band, lo scorso 25 gennaio, ha pubblicato il suo primo LP che s’intitola Calm Before the Calm, dopo il successo di critica e pubblico dell’EP Strange Land del 2006.

Calm Before the Calm è un album che si compone di otto canzoni che sembrano dei veri e propri trattati accademici sulla musica anni ’70. La band non fa mai nulla per nasconderlo e questo è sicuramente un bene, soprattutto perché, sebbene le influenze dei grandi gruppi di quel periodo siano palesi, i quattro ragazzi non perdono mai la loro identità.
Nelle canzoni si sente molto la componente hard-rock che, sebbene sia dominante, a volte si mischia con riflessi di psichedelia pura, a volte con ritmi bluesy a volte con un vago grunge. Se volete averne prova, oltre ad ascoltare il disco che è acquistabile direttamente sul sito della band, basta aprire la loro pagina Facebook e leggere quali sono i loro ispiratori. Si va dai Led Zeppelin (immancabili), ai Nirvana, passando per i Velvet Underground, i Doors, persino Joe Cocker e Bowie. Insomma tanta, ma tanta roba!

C’è da sbizzarrirsi ascoltando questo disco che in poco meno di quaranta minuti ci riconsegna ad un mondo che ci pare lontano e irraggiungibile ma a cui siamo legati sentimentalmente anche se non lo abbiamo vissuto in prima persona. Si parte con lo strano ritmo lento e la sbalorditiva voce di Josh Gosling in “Woman” che mischia il bluesy con qualche spavalda toccata grunge mentre un tappeto psichedelico accompagna tutto l’insieme. Il secondo atto è “Stare At the Sun” che passa tranquillamente, si fa per dire, mentre il palcoscenico si sgombera per lasciare spazio al mondo “lucertolesco” di Jim Morrison e dei suoi Doors che, in “Daughter of Mara” e “Deep Blue Sky”, si incontra con i suoni dei Led Zeppelin.
Questo album è pura magia per le orecchie di chi lo ascolta. L’effetto della Luna sull’ascoltatore è lo stesso che ha sulla marea o sui licantropi. “Weaver” è un concentrato di Velvet Underground in stato di grazia mentre al centro della canzone un crescendo continuo ci porta al confine tra i Deep Purple e il mondo del metal. Si cresce di continuo tra i percorsi di questo album che sembra non voler mai scendere al di sotto di una soglia immaginaria posta sempre sopra le nostre teste. Nemmeno con la tranquilla Calm Before the Calm, che ci regala un riflesso blues davvero intrigante, si ha il tempo di riposarsi o distrarsi.

Pubblicato con Kozmik Artifactz questo Calm Before the Calm è un prodotto che non può essere semplicemente catalogato con un tag. E’ un viaggio alla musica degli anni ’70 con lo sguardo però rivolto al futuro. Insomma un disco decisamente interessante che vale la pena di ascoltare.

Voto: **** / 5

Tracklist

  1. Woman
  2. Stare at the Sun
  3. Call It In
  4. Weaver
  5. Daughter of Mara
  6. Filterdog
  7. Deep Blue Sky
  8. Calm Before the Calm

Torna la pace tra gli ex-membri dei Joy Division

Non c’è pace tra gli ulivi. Sopratutto quando si parla di Ian Curtis e dei Joy Division.

Tuttavia, la vicenda della messa all’asta della corrispondenza tra Curtis e la sua amante Annik Honoré, ha creato un po’ di scompiglio tra gli ex membri dei Joy Division. La faccenda si è tuttavia conclusa con un nulla di fatto.

Peter Hook ha infatti deciso di ritirare la propria intenzione di mettere all’asta la corrispondenza tra l’ex cantante dei Joy Division e la sua amante, appena prima dell’apertura delle contrattazioni. Bernard Sumner e Stephen Morris si sono detti “Sollevati” dalla decisione dopo che si erano da subito dichiarati contrari all’iniziativa del loro ex compagno.

Attraverso la pagina FB dei New Order, Sumner e Morris, avevano espresso la loro contrarietà (leggi qui) sostenendo che nessuno avrebbe avuto il diritto di leggere quella corrispondenza ritenuta colma di elementi strettamente personali e quindi appartenenti solo a Curtis. I due hanno anche sottolineato che molti fan della storica band di Manchester hanno espresso la loro contrarietà all’iniziativa.

Nell’intento di Hooky pare ci fosse la solidarietà. I proventi ricavati dalla vendita delle lettere sarebbero stati infatti donati al The Christie Hospital di Manchester. Lo stesso Hook ha detto che in tempi passati la stessa Annik Honoré aveva dato il benestare alla pubblicazione delle lettere. Sumner e Morris hanno contrattaccato dichiarando che avrebbero donato 1500 sterline all’ospedale di tasca loro e che non c’era nessuna necessità di commercializzare quelle lettere. Pace fatta.

L’ospedale, attraverso il suo ufficio stampa, ha fatto sapere che, i soldi donati dai due membri dei New Order, verranno reinvestiti nello studio per trovare una cura contro l’epilessia, male che colpì Ian Curtis in età già avanzata minando la sua anima oltre che il suo fisico.