“No One Likes Us, We Don’t Care”

Parto subito con una premessa: in questo post non c’è la benché minima intenzione di giustificare o sminuire il fenomeno hooligans. Tuttavia è giusto chiarire quali sono state le ragioni storiche, sociali e politiche che hanno portato molti ‘boys’ degli anni ’80 a convogliare le proprie frustrazioni nelle cosiddette firms. Per farlo, racconterò la storia di una delle tifoserie più ‘cattive’ della storia della Football Association, quella del Millwall FC.


The Isle Of The Dog è un quartiere sud orientale di Londra che si snoda tra le sponde del Tamigi e quel muro di case color pietra costruite per ospitare i workers giunti, principalmente dalla Scozia, nel periodo della rivoluzione industriale. In quel periodo, The Isle Of The Dog, era uno dei luoghi più poveri di tutta Londra. Non esistevano scuole, non esistevano ospedali, non c’erano servizi di base. La popolazione, per lo più lavoratori portuali e le loro famiglie, vivevano in uno stato di degrado, dove l’unico scopo nella vita era il lavoro e non contrarre malattie.

Poi, nel 1885, un gruppo di volonterosi, decise di fondare una squadra calcio e così nacque il Millwall FC, nome preso da un distretto dell’Isola dei Cani, e poco dopo, nel 1910, il club si trasferì nel nuovo stadio, il The Den, una struttura che poteva contenere 4500 persone. Nel breve lo stadio diventò il fulcro della vita ‘mondana’ per quelle persone, dato che in tutto il quartiere non esisteva un teatro, un cinema o un punto di aggregazione.

Dimenticatevi però i fasti delle gloriose società del centro, dove notabili e nobili si incontravano con le loro tube in velcro e i loro abiti firmati, sulle terraces del The Den, come in nessun altro stadio della capitale inglese – fatto salvo quello dei rivali del West Ham – si respirava la stessa aria che si respirava tra i docks. Probabilmente, nessun’altra squadra del campionato inglese e nessun’altra tifoseria può vantare una così forte comunanza tra quello che era il tessuto sociale del quartiere e quello dello stadio dove giocava la sua squadra.

La vita di tutti i giorni all’Isola dei Cani si svolgeva tra le malsane vie dei docks, i magazzini portuali dove la merce prodotta dalle industrie dell’East-End veniva stoccata prima di essere imbarcata verso le colonie e verso il resto d’Europa. Sebbene quel luogo fosse il crocevia dell’economia britannica la povertà la faceva da padrone e, molto spesso, la povertà causa fattori sociali come l’emarginazione, la violenza o la delinquenza. Ritmi di lavoro estenuanti, salari bassi e nessun diritto sindacale, portarono diversi workers a fondare corporazioni – non è il caso di definirle sindacati – per la difesa della propria dignità. Seguirono giorni di agitazioni, scioperi, violenze e pestaggi. Dato che le autorità nei suburbs non avevano nessun potere, gli industriali, preoccupati, lasciarono qualche concessione come la costruzione di nuove abitazioni che, però, erano destinate alle nuove famiglie in cerca di occupazione.
Nei primi del ‘900 il quartiere era intriso di fumi tossici, rumori assordanti provenienti dai cantieri navali e morti bianche dovute alla scarsa sicurezza e alla negligenza. Il sentimento di isolamento dagli abitanti della capitale era forte; nessuno parlava come quelli di Isle Of The Dogs e nessuno poteva entrare in quel quartiere senza rischiare di essere linciato. Lo straniero era il nemico.

In effetti un nemico straniero arrivò a peggiorare le cose. Sto parlando dei nazisti che dal 1940 al 1944 martellarono Londra con le loro bombe nel tentativo di danneggiare il più possibile l’economia britannica per piegarla alla resa. Ovviamente l’Isola dei Cani fu uno dei bersagli prediletti, prima dalla Luftwaffe, poi dalle temibili V-1 e V-2. Molti rimasero sotto alle macerie e quasi tutto il quartiere subì danni irreparabili. Poi la guerra finì e il British’s Proud volle che tutto venisse ricostruito ed ecco che anche i docklands di Millwall tornano in vita. Questo è il periodo migliore per gli abitanti che godono finalmente di qualche beneficio economico e qualche conquista sociale.
All’interno delle mura del The Den però le cose non vanno meglio. La squadra naviga tra la terza e la seconda divisione con qualche sporadica apparizione in prima divisione, l’attuale Championship, tuttavia, sugli spalti è ancora radicata l’autarchia e la violenza era pronta a scatenarsi per nulla.

“Lo spogliatoio della squadra ospite è come una prigione: senza luce, senza finestre. I bagni sono orribili. Poi si esce là fuori per affrontarli, i Leoni. E appena calchi il campo ti fissano tutti, mentre le gradinate esplodono in frasi d’ogni tipo.

Eamon Dunphy

Con queste parole Eamond Murphy, centrocampista irlandese che vestì la maglia del Millwall FC per 242 volte dal 1965 al 1974, descriveva l’atmosfera riservata alla squadra ospite. Spesso, gli ospiti, arrivavano al The Den senza tifosi perché nessuno voleva andare in quei luoghi. Là non c’era la Summer Of Love, i principi del ’68 o la rivoluzione socialista, là dentro c’era la rabbia.

Rabbia era il sentimento più popolare tra le vie di Millwall perché da qualche tempo a questa parte l’economia britannica stava cambiando. L’avvento dei nuovi mercati aveva spinto gli industriali a compiere scelte diverse da quelle precedenti e il “sistema docks” diventò una spesa impossibile da sostenere. I container di grigio ferro passavano lungo il Tamigi senza più sostare all’Isola dei Cani, la loro dinamicità era sinonimo di guadagno. All’improvviso Millwall cadde nel baratro per l’ennesima volta. Il Millwall FC e il suo stadio diventarono ancora di più il centro di quel nefasto universo; una squadra nata per volontà dei workers che non ha mai vinto nulla e che gioca in uno stadio in cui nessuno vuole mettere piede. Nel momento più roseo dell’inconsistenza umana (Woodstock, l’Isola di Wight e la Swinging London) quella struttura irregolare diventa il centro del mondo operaio dimenticato e, forse, snobbato da tutti.

Il The Den diventa un simbolo di autarchia dove i ‘problemi’ della famiglia reale, il glam e i tabloid non sono ben accetti. Qua si lotta per LA causa… quella persa da tempo. Il sud-est londinese diventa un eremo e in questo eremo si affermano realtà criminali capaci di trovare terreno fertile nel malcontento delle persone. La ‘società’ della famiglia Richardson diventa padrona degli affari loschi e si contrappone a quella dei Kray, particolarmente attiva dall’altra parte del Tamigi, nella patria dei rivali storici del West Ham Utd. Così come diventano acerrimi rivali i Millwall Bushwackers e i Inter City Firm; rivalità antica quanto la mafia ma totalmente estranea a quel mondo. A differenza di oggi dove, sempre più spesso, si sentono collusioni tra le tifoserie e le organizzazioni criminali [NdA].

Tra West Ham Utd e Millwall FC l’odio risale ai tempi antichi. La tradizione vuole che il 17 settembre del 1906, il derby del sud-est di Londra, si svolse in un clima di tensione sociale dato che era stato indetto uno sciopero ad oltranza dei workers. I Millwalls ruppero il contratto di sciopero stipulato e così diventarono dei “crumiri” agli occhi dei tifosi del West Ham anche loro di estrazione operaia. Questo termine diventerà l’offesa da infliggere ai Lions anche negli anni ’70 quando l’affermazione degli hooligans, cambierà ancora le carte in tavola. Le tifoserie, soprattutto quelle del Millwall e del West Ham, diventeranno il veicolo dove scaricare le frustrazioni e la rabbia repressa. Intolleranza, isolamento e il progressivo abbandono dei territori da parte delle istituzioni, Thatcher docet, fanno sì che la violenza diventi l’unico veicolo di rivalsa non tanto sportiva quanto sociale.

Nello stesso momento, Joe Strummer, si mise a cantare: “The ice is coming… London is drowning, and I, live by the river!” alimentando sempre di più il sentimento di ribellione di una generazione, quella punk, ma anche una realtà sociale, quella delle periferie. Zone in cui il suicidio è comune prassi di liberazione e l’alienazione è fortissima. Da una parte la Londra consumistica e liberale e dall’altra parte la sua nemesi fatta di riminiscenze razziste e xenofobe, degrado e problemi sociali.
Nella firm del Millwall nasce il motto che dà il titolo a questo post che è l’urlo di guerra di una popolazione stremata e senza prospettive, capace di farsi odiare da tutti e da tutto. Il calcio diventa un secondo scopo, nella loro idea c’è la violenza, punto e basta. Il The Den, o meglio le vie che lo circondano, diventano un territorio di guerra dove compiere agguati a chiunque cerchi di attraversare il territorio. Il sottopasso di Cold Blow Lane diventa il triste simbolo del concetto “We fear no foe” sbandierato dai Bushwackers. La squadra, mai competitiva, sembra rispecchiare queste frustrazioni e, in un certo qual modo, sembra anche giustificarle; se loro non vincono almeno vinciamo noi a furia di nasi rotti.

Leonardi Capanni, che ha scritto il bellissimo articolo “MILLWALL: FENOMENOLOGIA DELLA FIRM PIÙ INCAZZATA D’INGHILTERRA.”, a cui mi ispiro per questo post e per cui mi scuso per eventuali ‘furti’, ha identificato questa condizione di disagio brillantemente descritta in un album simbolo degli anni ’90: Different Class dei Pulp. Credo di essere perfettamente d’accordo con lui. Leggetelo e rimarrete esterrefatti.

Dopo i gravissimi scontri del 1985 contro la tifoseria del Luton Town, dopo l’Heysel e dopo i tragici fatti di Hillsbrough del 1989, il governo Thatcher prima e Major poi decisero di intervenire pesantemente per arginare la violenza negli stadi. Tuttavia nessuno puntò l’indice sui fatti che portarono a quell’escalation così drammatica. Per fortuna, agli inizi del nuovo millennio, Londra subì una pesante urbanizzazione voluta proprio per eliminare quelle differenze sociali tra il centro città e il suburbs. Oggi The Isle of the Dog è un centro polifunzionale dove la finanza ha trovato sede. I Docks sono diventati locali notturni, sale da esposizione, centri commerciali e la new economy non ha certo fatto gli stessi danni che fece il liberalismo della Thatcher o magari ne ha fatti degli altri.

Oggi il The New Den è un funzionale stadio da 24.000 posti tutti a sedere e, dalle sue gradinate, si intravede ancora il muro del The Den che dista solo qualche centinaia di metri. I Bushwackers sono stati decimati dalle morti e dalle operazioni di polizia indette a metà degli anni ’90, tuttavia rimangono ancora un’organizzazione temibile per fama e reputazione ma non per numero. Questa metamorfosi così positiva però non fa dimenticare che dietro a un fenomeno, per quanto riprovevole, c’è una storia che va analizzata e capita. Solo dopo vanno tratte le dovute conclusioni.

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