#StoryTellers: Shonen Knife, la storia delle Osaka Ramones

Agli inizi degli anni 80, Naoko Yamano una giovane di Osaka, Giappone, acquistò in un negozio di dischi un album sulla cui copertina apparivano quattro ragazzi vestiti con giubbotti di pelle e jeans stracciati. Sulla loro testa capeggiava la scritta Ramones che poi non era altro che il nome della band e anche dell’album.

Nonostante oggi la scena punk (o visual kei se preferite) giapponese sia conclamata in tutto il mondo, nel 1980 non era facile trovare un disco “punk” dato che il genere non era contemplato dalla rigida regolamentazione nipponica in termini di musica. Fin dal 1952, il governo giapponese promulgò una legge a tutela dei cittadini che regolamentava cosa si poteva ascoltare e cosa no. Ad esempio se un disco non rispettava le tradizioni e l’onore della Nazione veniva subito bandito così come veniva escluso dal circuito mainstream qualsiasi album contente canzoni contro il buon senso. Tuttavia l’underground giapponese fiorì e forse lo fece più che in ogni altro teatro mondiale.

Fortemente influenzata dalla presenza di militari e diplomatici americani a Yokosuka, a Fussa, Misawa e Okinawa (in forma ridotta vista la distanza con il resto dell’arcipelago), che contrabbandavano letteralmente i dischi, la scena punk giapponese trasse subito ispirazione dagli Stooges, dagli Heartbreakers, dai Talking Heads ma soprattutto dai Ramones che divenne la band di riferimento almeno fino all’arrivo dell’hardcore. Fare punk – ma anche rock – in Giappone non era semplice. Perché significava suonare in scantinati spesso senza luce e senza aver la possibilità di aprire le finestre per arieggiare il locale. La polizia spesso eseguiva controlli a tappeto costringendo gli organizzatori a spostare i concerti poche ore prima dell’inizio. Il fenomeno del passa-parola diventò un must della scena punk nipponica dato che sempre più spesso i giovani si ritrovavano cercando di mantenere il massimo riserbo sul luogo dell’evento.

Non andava certamente meglio dal punto di vista commerciale e discografico. Il punk era un genere che andava contro la tradizione, anzi voleva addirittura sovvertirla, quindi non ci si poteva aspettare altro da un paese tra i più conservatori del mondo. L’enorme scatolone punk nipponico non conteneva solamente giovani scontenti della loro esistenza, comprendeva gli stranieri considerati bassa manovalanza, i membri delle comunità gay, i poveri e tutti quelli che si sentivano anti-capitalisti. Va da sé che ogni volta che una band bussava la porta di un’etichetta discografica era facile che si sentisse rispondere “picche”. Se poi la band era formata da sole donne era ancora più difficile, anzi oserei dire impossibile.

Naoko lo sapeva, tuttavia dopo aver ascoltato quei 28 minuti e 53 secondi di puro rock ‘n roll che trasmetteva passione, sudore, voglia di fare musica ma sopratutto ribellione, decise che la sua missione sarebbe dovuta essere quella di suonare. Insieme alla sorella Atsuko Yamano e all’amica Michie Nakatani cominciarono a peregrinare per Osaka alla ricerca di vecchi album garage, rock ‘n roll e surf e, quando si sentirono abbastanza pronte, diedero vita a una band chiamata Shonen Knife. Il loro sound era qualcosa di assolutamente innovativo per il panorama giapponese in quanto era direttamente ispirato dalla musica dei Beach Boys e delle storiche girls band degli anni ’60 come The Crystals, The Supremes o The Ronettes rispetto alla new wave e new romanthics del J-Pop. Il marchio di fabbrica però fu quell’animo fortemente Ramones che ricondusse subito il trio nell’ambito punk.

Rispetto ad altre band femminili giapponesi – molto rare – come The Nurse o The OXZ, Shonen Knife si concentrò su testi più allegri e meno nichilistici traendo spesso in inganno gli “inquisitori” giapponesi. Naoko, Atsuko e Michie amavano davvero il loro lavoro e lo dimostravano ogni volta che salivano su un palco sebbene al loro primo concerto, 14 marzo 1982, ci fossero solo 36 persone tra il pubblico. Dopo un concerto Hosei University di Tokyo, il trio stipulò un contratto con la canadese Zero Records – dato che nessuna etichetta giapponese sembrò interessarsi di loro – che produsse il primo LP intitolato “Burning Farm”, tutt’oggi uno degli album alternative più ascoltati in tutto il Giappone grazie a singoli come “Watchin’ Girl”, “Banana Fish”, e “Parrot Polynesia”, era il 21 luglio 1983.

L’anno successivo la band decise di fare una piccola rivoluzione abbracciando sonorità più simili alla Motown da accompagnare a ritmi più tendenti all’haevy metal. “Yama no Att-chan” uscì nel 1984 e fu un successo anche perché venne registrato quasi tutto in giapponese. Da qui crescendo di successi tra cui “Osaka Ramones – A Tribute to Ramones” uscito nel 2011. Il disco – essendo un tributo – non aggiunge nulla a quanto non già fatto dalla band newyorchese vent’anni prima ma è particolarmente bello proprio per la carica emotiva della voce e del suono tipicamente Shonen Knife.

Oggi la band è ancora attiva, fa concerti dal vivo con regolarità in tutto il mondo a dimostrazione che l’industria discografica giapponese sbagliò a non evolversi quando il punk si trasformò da leggenda a storia anche nel paese del Sol Levante.

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