Punk all’ombra del Fujiyama – Prima Parte

Ispirato da quello americano e da quello britannico, il punk ha trovato terreno fertile in uno dei paesi più tradizionalisti: il Giappone. All’ombra del monte Fujiyama il genere è stato volano per la nascita di una vera e propria sottocultura che tutt’oggi esiste sebbene abbia preso connotazioni diverse.

Quando pensiamo al punk, ma anche al rock in generale, difficilmente pensiamo al Giappone. Eppure le varie scene cittadine, nate a cavallo tra gli anni Ottanta e quelli Novanta hanno fatto sì che nel paese del Sol Levante si sviluppasse un vero e proprio movimento. Per comprendere bene come questo sia stato possibile dobbiamo tornare agli anni ’60 quando i giapponesi, che pian piano si stavano risollevando dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, vennero a contatto con elementi come il rock di stampo inglese e americano. Ovviamente la presenza di militari americani ad Okinawa – l’isola diventò la base per lo smercio dei dischi importati dagli Stati Uniti – non fece altro che alimentare questa invasion che pian piano cominciò a prendere connotazione propria tanto da identificarsi in un sub-genere che prese il nome di “Group Sounds”, un miscuglio di musica tradizionale giapponese e rock occidentale.

Quello che sembra l’inizio di una bella storia in realtà nasconde una profonda spaccatura d’ideali e di vedute tra la vecchia generazione, quella legata alle tradizioni millenarie della cultura giapponese, e quella dei giovani. Spaccatura che si allargò nel preciso momento in cui la musica cominciò a prendere connotati più sociali e politici. Mentre nel resto del mondo i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan e compagnia suonante scardinavano il sistema a suon di note in Giappone il governo promulgò una legge che di fatto censurava il “libero pensiero” indirizzando l’industria discografica verso un più cauto approccio pop. Non ufficialmente questa scelta drastica venne motivata dal fatto che il Giappone non voleva offendere l’America all’epoca impegnata nella Guerra del Vietnam, per evitare che quest’ultima potesse restringere il suo protettorato. Per onore di cronaca va detto che questa fonte non trova molti riscontri ufficiali e ve la do come l’ho appresa io.

Quello che invece era un dato di fatto fu proprio la difficile convivenza con lo scomodo “nemico-alleato” che segnò la prima vera svolta nell’ambiente underground giapponese. Primo: i giovani cominciavano ad elaborare il danno che gli USA fecero ai loro nonni e genitori. Secondo: a metà degli anni Settanta il Giappone, come il resto del mondo, venne investito dall’onda del punk. All’improvviso le prime copie del disco Ramones cominciarono a circolare negli ambienti giovanili e il suono delle chitarre sembrò scacciare quello degli shamisen e dei koto. A Tokyo si sviluppò subito una scena, fortemente ispirata dalla band americana, mentre a Osaka ne nacque un’altra che però prese una piega piuttosto violenta, teatrale e avanguardista da risultare fin nauseante sebbene oggi sia ancora la più attiva.

Quella di Tokyo fu una realtà molto fertile ed ebbe come capostipiti band come i Friction, una via di mezzo tra i New York Dolls e i Ramones, e i The Stalin che erano di Fukushima ma erano molto popolari nella capitale più che altro per i loro comportamenti non propriamente educati soprattutto durante i live. Tuttavia, visto il boicottaggio delle emittenti radiofoniche e la pesante censura dell’industria discografica, quasi nessuno li conosceva fuori dalla cerchia cittadina. Poi, nel 1982, tutto cambiò grazie all’uscita di un film – francamente brutto – intitolato Burst City del regista Sogo Ishii. Il film racconta di un Giappone post-apocalittico dove giovani alla mo’ di Mad Max sono la resistenza contro i potenti. Quello che più colpisce guardando il film sono le comparse vestite di tutto punto con tanto di acconciature eccentriche. All’interno della sceneggiatura ci sono diversi “momenti musicali” degli Stalin, dei Rockers e dei Roosters quasi tutti registrati live quindi pressoché improvvisati. Il film fu un mezzo fallimento ma mise in giro l’immagine del punk-rocker addobbato a puntino e incazzato al punto giusto e tutti i giovani volevano essere come loro.

Più di ogni altro luogo del mondo, in Giappone, il punk impattò sulla società in maniera importante. Mentre in Inghilterra e in America tutto stava scemando, anzi implodendo, all’ombra del Fujiyama si sviluppò una sottocultura con un proprio pensiero e un’etica. Nel resto del mondo la politicizzazione rovinò il pensiero anarchico originale dando connotazioni e colori alla sottocultura punk; la cosa non si verificò in Giappone dove l’anarchia non era certo di casa e non esisteva una vera propria contrapposizione ideologica; tuttavia esistevano i diritti negati alle comunità LGBTQ, ai poveri, agli immigrati filippini stroncati dal lavoro e, udite udite, dalla disoccupazione che colpiva le fasce più deboli della popolazione. Nacque così una scena anarcho-punk alternativa che voleva mettere in luce tutte le contraddizioni di una società che stava correndo all’impazzata sul piano tecnologico ma si dimostrava ancora troppo legata alla sua tradizione e, forse, alla sua ottusità.

Dato che quasi nessuna delle case discografiche era disposta a dare voce a quei microfoni, in Giappone, si realizzò – paradossalmente – il primo comandamento del punk; quello che in nessun altro luogo del mondo si era mai manifestato sul serio: il Do It Yourself. Le band cominciarono a autoprodursi i lavori e a commercializzarli tramite il tam-tam o durante le serate dal vivo. Serate che si consumavano tra le mura di appartamenti di periferia, nelle cantine dei palazzi, addirittura nelle fabbriche dismesse dato che nessun locale era disposto a farli esibire. Il successo che ottennero le prime punk band giapponesi fu esaltante anche se venne osteggiato dalle autorità che arrivarono addirittura a compiere vere e proprie operazioni di polizia contro di loro. In questo clima ostile – ci fu un momento in cui tutti pensarono che la polizia potesse avere la meglio – la fama dei Blue Hearts toccò livelli impressionanti tanto da farli diventare la più famosa punk-rock band del Sol Levante; ancora oggi chi possiede un loro album lo conserva come se fosse un tesoro dato che hanno quotazioni astronomiche. Altre band come i Maximum The Hormone, con il loro hardcore miscelato con il J-Pop, e i Stance Punks invece cominciarono a sondare il terreno in quello che sarà il successivo passaggio epocale: quello che fuse il rock giapponese con il mondo dei manga. Loro furono i traini che diedero il coraggio ad alcuni di fondare dal nulla etichette indie specializzate nel genere.

Purtroppo però questo segnò anche l’inizio della fine della supernova punk che nonostante tutto smise di brillare sotto i colpi dell’innovazione tecnologica e dei cambiamenti sociali. Anche in questo caso, la proverbiale resilienza dei giapponesi, permise al genere di non morire ma di mutare in un altro movimento, quello post-punk, forse più florido e ancora più interessante. Magari avrò modo di parlarne in un altro post.

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