All’ombra del Fujiyama – Parte Seconda: il post-punk.

Come ho scritto nel post precedente (leggi qui) il punk si affermò in Giappone proprio quando nel resto del mondo spopolava già il genere post-punk con tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Questa sovrapposizione di generi creò un po’ di confusione tra i giovani ma non impedì la nascita di una delle più floride realtà in ambito musicale. In Giappone, al pari di Inghilterra e Stati Uniti, il nuovo genere musicale assunse una precisa connotazione tanto da dare vita ad una vera e propria sottocultura.

Non è certo semplice scrivere di post-punk giapponese dato che non esiste una vera e propria storiografia e certamente non è uno di quei generi per cui impazziscono gli europei – gli americani un po’ di più – tuttavia sarebbe sbagliato ignorarla. Spero che leggendo il post capiate il perché.

Sono diversi i motivi per cui quasi nessuno si è prodigato nel tentare di studiare l’aspetto musicale della sottocultura post punk giapponese. Il più ovvio è quello legato alla scelta di molte band di passare da testi in inglese a canzoni scritte in madrelingua. Il giapponese non è certamente una di quelle lingue facili da masticare e non era propriamente semplice, quando non c’era internet, tradurre un testo per carpirne i contenuti. In secondo luogo il mercato discografico in uscita, nel 1984-85, non era poi così florido da interessare gli scenari esteri. Al contrario, molto florida era l’importazione di album, elemento che permise ai giovani giapponesi di ascoltare brani di David Bowie, dei Talking Heads, dei Tangerine Dream e di Brian Eno e di venire in contatto, in maniera molto più repentina dei loro coetanei europei, con una realtà musicale “strana” capace di mischiare il punk con elementi di musica elettronica fino a quel momento sconosciuti. Fu in questo contesto che si svilupparono diversi sub-generi che diedero poi vita al vero e proprio movimento post punk. Quasi tutti i sub-generi presero spunto dalle realtà già consolidate ma pian piano assunsero delle connotazioni identitarie precise dovute all’attitudine a sperimentare propria dei giapponesi.

Uno dei primi a consolidarsi fu quello legato alla new wave ed è impossibile non citare la Yellow Magic Orchestra. Il progetto voluto da Ryuichi Sakamoto, nacque con l’intenzione di mischiare il Min’yō, la musica folk tradizionale giapponese, con l’elettronica. Il risultato fu duplice: un sound innovativo, unico e frizzante e la nascita di una vera e propria band che tanto doveva ai Depeche Mode. L’altra band new wave che vi voglio segnalare è quella dei Soft-Ballet che, abbandonato il loro background punk, virarono decisamente verso un più marziale e pomposo synthpop che valse alla band l’appellativo di New Order giapponesi.

Altro genere abbastanza popolare in Giappone fu il weirdo una sorta di pop-punk bizzarro caratterizzato da voci schizofreniche cariche di falsetti e acuti. Qui è impossibile non pensare a Zelda, una delle più famose band tutte al femminile del Giappone. Il loro post-punk sulla scia di Blondie è un trionfo di psichedelici overdrive di chitarre mischiate a strumenti a fiato mentre il costante e ripetitivo lamento del cantato crea un loop amplificato dalle sovrapposizioni vocali.

Japanoise è invece un prodotto tipicamente giapponese che mischia l’elettronica e la tecnica della riproduzione delle voci e dei suoni catapultando la musica in un universo infinito. Riconducibile per alcuni tratti all’industrial di Sheffield, il genere prima di prendere una sua identità nipponica, ha colto a man basse dalla storia dei Cabaret Voltaire e dei Clock DVA. Sub-genere non per tutti ma ancora fortemente attivo in Giappone.

Chiudiamo questa breve carrellata con uno dei sub-generi più famosi: il dark-rock/darkwave. Influenzato da gruppi storici della scena come i Bauhaus e i Joy Division, trovò in Giappone terreno fertile come genere capace di raccontare il “lato b” della società nipponica. Le atmosfere decadenti, cupe descritte da Genet, cantante degli Auto-Mod, hanno procurato pelle d’oca e qualche notte insonne a molti adolescenti giapponesi. Originariamente punk, gli Auto-Mod scelgono il synthpop che trionfa nel loro trittico d’oro Ceremony, Deathopia e Eestania. Altrettanto d’impatto furono i Phaidia con il loro cantante Gilly, la band fu capace di ripulire il suono da qualsiasi influenza avanguardista per ricavarne il succo primordiale del punk da unire a delle chitarre taglienti come delle katana riprodotte come se suonassero dall’oltretomba.

E qua mi fermo. Perché? Perché sennò questo post diventerebbe una sorta di Wikipedia. Inoltre quest’ultima parte la voglio dedicare ad una scena del post punk che è estremamente importante ma mai del tutto approfondita del tutto: quella femminile.

La storia parte dal 5 febbraio 1983 quando al Shibuya Kokaido di Tokyo, andò in scena, la prima delle due date del tour mondiale di A Kiss In The Dreamhouse. Shibuya Kokaido è una sala da concerti capace di contenere non più di 2000 persone, poche rispetto ai soliti palchi su cui erano abituati ad esibirsi i Siouxsie and the Banshees; tuttavia quelle due date rimasero nella storia tanto da influenzare centinaia di ragazze che videro in Siouxsie Sioux la luce in fondo al tunnel.

La donna in Giappone aveva acquisito lo status di libertà solamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale tuttavia in parecchie realtà resistevano le tradizioni che impedivano al genere femminile una completa emancipazione nella complessa società nipponica. Siouxsie rappresentava l’esatto opposto; non tanto come cantante ma come donna capace – e libera – di scegliere della sua vita. Quelle due serate contribuirono davvero a far sì che molte ragazze prendessero coscienza della loro potenzialità sociale che andava espressa secondo la loro volontà e non secondo arcaiche tradizioni ormai superate dai tempi.

Lo capì Zin-François-Angeliqué che poi fondò una delle band più ispirate dalla musica dei Banshees: Madame Edwarda. Il suo trucco pesante, la sua presenza scenica, l’ambiguità negli atteggiamenti le valsero l’appellativo di Siouxsie del Sol Levante. In realtà la sua voce mascolina, il sound acido e la forte componente teatrale allontanò un po’ i Madame Edwarda dai Banshees avvicinandoli un po’ di più al deep dark-rock. Fu poi con i Zeus Machina che Zin riprese la strada tracciata in Inghilterra dalla sua musa.

Un’altra band fortemente influenzata da Siouxsie sono i G-Schmitt capitanati dalla cantante Syoko. Infatti è impossibile accostarli subito a The Scream quando nel giradischi passa Sin, Secret & Desire. I suoni si fanno più cupi, le tastiere orientaleggianti, i synth sono arpeggiatori non più in primo piano e la voce di Syoko si fa seria e tediosa fra le acide chitarre e il basso serrante. Insomma una piccola gemma musicale; peccato non si capisca una parola.

Infine vi vorrei segnalare i Gille’Loves che nel 1993 ebbero il loro momento di gloria con “Barairo No Kyuuketsuki” un album che deve tantissimo a Siouxsie and the Banshees così come deve tantissimo ai primi Cocteau Twins. La cantante, Luci’fer Luscious Violenoue, diventerà in seguito una leggenda del visual-kei con il suo gruppo Fiction.

Insomma tanta carne al fuoco. Buon ascolto.

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