All’ombra del Fujiyama: Harajuku tra mohawk e cosplay

Harajuku è il nome comune con cui si identifica la zona adiacente l’omonima stazione ferroviaria di Shibuya, uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo. Universalmente riconosciuta come una delle culle delle tendenze giovanili nipponiche è da sempre la zona punk della capitale nipponica.

Tuttavia va fatta subito una distinzione. Rispetto a quanto sappiamo della realtà europea o, in parte minore, di quella americana, in Giappone esiste una distinzione tra il punk-rock e l’atteggiamento, cioè l’essere punk. Mentre il primo è un si ritrova in un ambiente prettamente underground, dove band nate nei tardi anni Ottanta del ‘900 faticano a mantenersi, l’atteggiamento è una realtà giovanile e fiorente, che spinge molto sulla moda e sulle tendenze.

Mentre in Inghilterra il punk nacque come risposta dei figli della classe operaia al disinteresse della politica nei loro confronti, negli anni è scomparso, o si è di molto ridimensionato, il fattore estetico mentre i testi delle canzoni si sono mantenuti caustici e provocatori. In Giappone è successo l’esatto contrario. Laggiù non è mai esistita una vera e propria working-class e non è mai esistita una vera e propria lotta di classe. Va da sé che risulta difficile oggi scovare giovani “incazzati” che hanno voglia di rivendicare la loro appartenenza. Fatto salvo la scena Oi!, abbastanza fiorente in Giappone ma comunque legata a quella britannica – anche nelle tematiche – degli anni Ottanta, il punk (rock) giapponese è ancora molto underground e si focalizza ancora su temi più globali come i diritti dei lavoratori immigrati, le battaglie LGBTQ, tralasciando cose come la disoccupazione, la crisi economica o la disparità sociale. Temi cari, certo, ma non fondamentali per chi sa già di essere inserito nella società una volta diventato adulto.

Detto ciò, va detto che il Giappone è ancora un paese fortemente legato alla sua millenaria tradizione e le regole ferree della convivenza civile sono rigidamente applicate. Ecco che la ribellione assume caratteri più estetici che si riconducono al punk soltanto perché sono un’esagerazione dello stesso. La logica DIY a Tokyo e a Harajuku è una condizione imprescindibile nello sviluppo della “moda punk”. Uno stile autoctono che è una sorta di visionaria proiezione della scena UK82 – quella dominata dalla pelle e dagli stivali pesanti fino al ginocchio – nel nostro presente. Un universo dove i giovani stilisti lanciano giubbotti e accessori sempre più estremi e colorati e vendono centinaia di migliaia di capi. Il mohawk è praticamente sparito dall’Europa – eccezion fatta per gli anarcho-punk e quel pezzo di Wettie dei The Exploited – ma è ancora molto presente tra le vie di Tokyo. Spesso se ne incontrano di variopinti e non c’è differenza di sesso nello sfoggiare una cresta ben fatta da qualche parrucchiere alla moda. Tuttavia va anche detto che spesso è quella di essere punk è una moda della domenica, quasi come se si sentisse la necessità di sfilare in costume solo per una parata o per un’esibizione. Probabilmente è un conto da far pagare ai genitori per aver fatto indossare il kimono o la divisa della scuola almeno una volta.

Parlando di musica è quasi impossibile che un giovane punk di Harajuku conosca i Sex Pistols o i Clash, forse ha sentito nominare dal fratello maggiore i Ramones, ma non ha ben presente cos’hanno rappresentato per la storia del genere. Quei nomi li ha letti su qualche t-shirt a poco prezzo venduta da qualche negozio di Takeshita. Probabilmente non sa nemmeno quali sono le principali band della scena nipponica dato che per lei, o lui, il punk è quello cyber che con la musica non c’entra nulla o poco. Tutte le ragazze e i ragazzi che si atteggiano, in realtà altro non fanno che lasciarsi influenzare dai loro eroi manga che, a loro volta, prendono spunto da realtà cinematografiche e non certamente musicali.

The Valentine una delle band visual kei più scaricate dal web

Il genere dominante è perciò quello visual kei che è una sorta di miscela di glam, manga e hair metal alla Motley Crue mischiato ad una componente post-punk, spesso legata all’industrial se non addirittura all’ambient dove domina la sperimentazione e l’avanguardismo digitale. Suonano cose che farebbero rizzare i peli dello stomaco anche ai Cabaret Voltaire. Il genere è decisamente a sé stante e non trova nessuna connotazione con altri generi presenti al mondo. La parte visual è sicuramente quella più curata dato che la teatralità è la base su cui sviluppare il successo o meno di una band o di un “disco”. A molti fan non interessa se i membri di una band sanno cantare – quello non lo sapevano fare neanche i Sex Pistols – o se i loro testi sono carichi di rabbia verso le istituzioni; quello che interessa è che si spingano sempre verso l’eccesso; verso il kei – lo stile. Questo è essere punk in Giappone.

In Europa la rottura che portò all’estinzione del punk fu provocata dalle centinaia di scene riconducibili all’enorme calderone post-punk. Tutto si ridimensionò fino a scomparire quando la standardizzazione delle relative scene – dark, goth, skinhead, rudeboy etc – sfuggì di mano ed diventò una moda e i negozi di Camden Town lo capirono ed iniziarono a vendere teschi e Dr. Martens usate. In Giappone, dove il punk è sempre stata per lo più una moda, nel vero senso della parola, è successo l’esatto opposto non permettendo al rock, l’anima del punk, di emergere dalle umide cantine, luoghi dove ancora oggi si tengono i concerti, quelli veri. Per curiosità provate a digitare su Google: harajuku punk e guardate cosa vi salta fuori… tutto e il contrario di tutto a pochi yen con tanto di spedizione a casa.

In ultima analisi vi voglio porre una riflessione: alla luce di quanto abbiamo detto finora è giusto considerare i giovani punk giapponesi una sorta di cosplayer dei punk che conosciamo? A voi l’ardua sentenza.

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