Tinderbox by Siouxsie and the Banshees

Il settimo album della band capitanata da Siouxsie Sioux e Steven Severin esce il 21 aprile del 1986 e subito fa incazzare la cantante. Infatti, durante un’intervista, Siouxsie si altera non poco con il giornalista che definisce i Banshees una sorta di Genesis o Yes, in pratica le uniche due band progressive sopravvissute alla diaspora di fine anni Settanta, del frammentato mondo post punk.

We haven’t replaced Genesis or Yes by any means.”

Siouxsie Sioux

Aveva ragione a incazzarsi dato che i Banshees, a differenza di altre band che vivevano di rendita, non hanno mai avuto paura di osare. Lo dimostra il fatto che la leader maxima accolse con favore l’arrivo di John Valentine Carruthers, ex chitarrista dei Clock DVA, band che ha fatto strada durante la prima scena post-punk di Sheffield.

L’album è magicamente pilotato da Hugh Jones che con la sua produzione permette alla band di mantenere saldo il legame con il passato ma senza dimenticare che gli anni Ottanta erano un periodo in cui era necessario rinnovarsi. Così i drammi delle anime tribolate si rivedono in “Cities in the Dust” canzone che prende ispirazione dalla Pompeii pre-eruzione per descriverci il possibile crollo della società degli eccessi e dei consumi del decennio in corso.

Tinderbox è un album esigente che non lascia tregua all’ascoltatore che deve entrare con tutto il corpo nella frenesia dei ritmi, sempre magicamente sovrapposti, della chitarra di Carrunthers che alterna acustica, ritmica ed elettrica senza soluzione di continuità. Ascoltare “Cannons” per capire bene il concetto.

Il disco viene realizzato e mixato a Berlino Ovest presso gli The Hansa Tonstudio, gli stessi utilizzati da David Bowie nel 1977 per registrare la sua famosa “trilogia berlinese”. Tutti sappiamo quale fu l’influenza che il cantante ebbe sulla giovanissima Siouxsie alle prese con la sua adolescenza tribolata. Sarà stato anche per questo che la cantante ha dato, secondo me, il meglio di sé realizzando uno degli album più belli della sua carriera.

Ah, dimenticavo, (ri)ascoltando bene il disco, forse, la smetteremo di definire Siouxsie la “regina del goth” e magari inizieremo, con quasi quarant’anni di ritardo, a riconoscere a lei e alla band la loro giusta connotazione che non ha una vera e propria etichetta.

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