Bright Green Field by Squid

Il sospirato debutto dell’eclettica band di Brighton è un fantastico viaggio attraverso l’indie-rock, il krautrock, il jazz, il funk, il dub e quella buona dose di punk che non guasta mai.

Gli Squid con questo album ci proiettano nel futuro (neanche troppo futuro direi) dove la distopia è elemento “di governo”. Non a caso si comincia con la carpentiana – nel senso di John Carpenter in “1997:Fuga da New York”“G.S.K.” che racconta di Big Pharma, distopico “governatore” dell’isola britannica invasa dalla droga. Il suono claustrofobico e arrabbiato alimenta l’alienazione e non lascia tregua se non al pensiero di come potrebbe essere il vero volto della storia.

L’album però non è solo buio e pessimismo; infatti in un perfetto equilibrio tra Yin e Yang all’improvviso si aprono le arie dando respiro all’ascolto grazie a vigorosi arrangiamenti che però si interrompono appena riprende il racconto magistralmente condotto da Ollie Judge. Ascoltare Bright Green Field è come dialogare con un bipolare che non riesce a controllare le sue molteplici personalità. D’altronde raccontare il disagio umano e sociale è sempre stato uno dei temi cari agli Squid; coreografi di un balletto agrodolce che vede l’uomo (e la donna certo) volteggiare sinuosamente su un groove con linee di basso e ritmica dolci, per poi esplodere in una danza posseduta e incontrollabile quando si interrompono le linee guida per lasciare spazio a distorsioni e ronzii.

Parlando di ispirazioni è impossibile non citare la bellissima “Narrator” che, oltre a rappresentare benissimo l’animo della band, è un richiamo ai primi Talking Heads con le sue rapide increspature di chitarra e la sua linea di basso affilata che si snodano tra i rullanti ritmi nitidi della batteria. Ma il vero punto forte del singolo è l’ingresso, quasi a sorpresa della voce di Martha Skye Murphy, che duetta – o battaglia – con la frenesia della canzone. Man mano che l’album va avanti si evince come la band non sia riconducibile ad un unico target stilistico ( dovremmo anche smetterla di catalogare tutti e tutto per forza) grazie soprattutto all’uso di strumenti come il sassofono contralto, il violino, la tromba, il violoncello e addirittura uno strumento a fiato del 1500.

Però attenzione, non cadiamo nell’errore di pensare che gli Squid siano una band che realizza lunghissime e interminabili jam session a sfondo prog, perché cadremmo nella banalità e non lasciamoci prendere dall’idea che questo album sia post-punk puro e crudo. L’album rispecchia le molteplici visioni musicali di una band in costante evoluzione che s’immagina un mondo popolato da persone in costante lotta con la propria identità e in attrito tra di loro.

Buon ascolto.

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